U'revotano

U’revotano

Si pronuncia con l’accento sulla prima “o” e per i puristi del dialetto andrebbe preceduto da una u’. Sto parlando della grande dolina carsica che orna le montagne sabine tra Roccantica e Poggio Catino, u’revotano, appunto (con la “o” che si pronuncia aperta altrimenti potremmo pensare a qualche politico di queste parti che tenta nuovamente la scalata in consiglio comunale confidando nella benevolenza dei suoi concittadini….)

E’ là da sempre, umanamente parlando, ma io non c’ero mai stato, almeno fino a qualche giorno fa, quando mi sono aggregato ad una escursione organizzata dall’associazione “L’isola che non c’è” di Cantalupo in Sabina (http://www.lisolainvolo.com, per informazioni lisolachenonce.s@libero.it). Tre ore di camminata lungo questo percorso a partire dalla piazza di Roccantica, con un sentiero di solito agevole ma con tratti di qualche impegno, passando vicino ad un eremo del VII-VIII secolo (San Leonardo) e un mulino abbandonato probabilmente del XIV. Da un punto di vista geologico, il percorso è interamente compreso in rocce che vengono definite Calcare Massiccio, la più antica delle formazioni che costituiscono l’ossatura dei monti sabini, deposta in un ambiente di piattaforma carbonatica, clima tropicale e mare ossigenato e poco profondo oltre 200 milioni di anni fa, e derivante dall’accumulo di microscopici organismi a guscio calcareo. A dispetto del nome che farebbe pensare a rocce particolarmente integre, in quest’area esse sono spesso intensamente fratturate, a volte quasi “sbriciolate” per effetto dell’azione di faglie e allineamenti tettonici che hanno concorso alla costruzione della catena degli Appennini, intorno a tre-cinque milioni di anni fa.

Dopo un lungo ma non monotono percorso in lecceta, d’improvviso, un affaccio sul vuoto: 250 m di diametro, 130 di dislivello, fianchi molto acclivi a tratti sub-verticali con speroni rocciosi che segnano anche a sbalzo le pareti interne. Una forma circolare che tende a chiudersi verso il basso, tipica delle morfologie di ambiente carsico. La discesa lungo le pareti va fatta con molta attenzione, ma quando si arriva sul fondo, il paesaggio cambia e si viene catapultati in un mondo incantato dominato da una copertura di muschio continua che riveste, ovunque, rocce e alberi. Gli effetti del crollo della volta della cavità carsica si vedono nella distribuzione, sul fondo di massi calcarei caotici tra i quali è difficile camminare. La particolare luce solare che si fa largo tra gli alberi, una luce piena, limpida, forse la prima di questa primavera, crea sulla vegetazione una irreale varietà di sfumature: tutte le nuances del verde rappresentate in poche decine di metri quadrati, in un microcosmo umido, fresco e silenzioso, rotto solamente dal rincorrersi dei versi degli uccelli, completamente inaspettato rispetto a quello che si lascia prima della discesa.

La cavità, meglio la dolina carsica (qui alcune informazioni in più), si e’ formata in un tempo imprecisabile, favorita dal circuito delle acque sotterranee che scorrono in un contesto geologico prettamente calcareo, ove esse hanno potuto facilmente scavare ed erodere la roccia, portando in dissoluzione chimica il carbonato di calcio e creando cavità sempre più grandi, collegate fra loro, le cui vòlte, sotto il loro stesso peso, prima o poi crollano. Sul fondo, si accumulano blocchi rocciosi, come detto anche di diversi metri cubi, e soprattutto abbondanti “terre rosse”, a base argillosa, residuo dell’alterazione chimica dei materiali calcarei.

Risalendo, con molta più attenzione di prima, si torna al vecchio mulino, frutto mille anni fa dell’ingegno umano: con lo sfruttamento dell’ansa di un piccolo ma impetuoso torrente e dei suoi dislivelli in alveo, fu possibile deviare il corso d’acqua e consentire l’alimentazione di una mola per la macinazione del grano (qui, il funzionamento di un mulino ad acqua, grazie a Gianluca per la segnalazione). Si riconoscono ancora la grande cisterna di accumulo, i cunicoli per il passaggio dell’acqua, i frammenti della mola in pietra basaltica (chissà da dove trasportata). Non ho elementi per datare la costruzione del mulino ma da informazioni storiche si può ipotizzare una data intorno al 1300, quando la Sabina visse una fase di grande operosità e sviluppo demografico, prima della crisi globale della metà del XIV secolo, coincisa in tutta Europa con la peste del 1348. Quanta importanza economica poteva avere quella farina per costruire e far funzionare un mulino in un posto così aspro e di difficile accesso! E lo stato attuale dell’opera? In completo abbandono!

Poco più su, di nuovo l’eremo di san Leonardo, con la piccola cinta muraria a strapiombo sulla valle che protegge una grotta naturale ricavata tra le asperità della rupe calcarea. All’interno, resti di un affresco sacro (sul quale qualche imbecille dei giorni nostri ha pensato di sovrapporre tracce della sua modesta presenza sulla terra), abbozzi si stalattiti che si affacciano dalla vòlta, una piccola buca squadrata scavata nella roccia che sembra intercettare una locale emergenza idrica.

Pistolotto finale. Tornando a casa, un ultimo sguardo alla piazzetta di Roccantica, e la sensazione netta di lasciarmi alle spalle siti unici, sconosciuti ai più, posti che altrove farebbero parte di percorsi turistico-naturalistici attrezzati: ma qui non ce ne sono. Se solo la gens sabina di oggi e i suoi giovani in particolare, anziché piangersi addosso magari ingrossando inutili facoltà universitarie, decidesse di crescere, scommettere su se stessa e mettere a sistema con un marchio territoriale i talenti e le tantissime peculiarità artigianali, paesaggistiche, storico, archeologiche oltre a quelle eno-gastronomiche (da sole non sufficienti) e se si potesse contare sulla collaborazione di enti e organi politici, finalmente complici e non parassiti, bene, se ciò avvenisse, proprio nel nome della Cultura, l’intero comprensorio troverebbe motivo di rilancio anche in tempi di crisi, puntando ad una platea europea peraltro già insediata ma in maniera puntiforme. Un territorio, il nostro, che spesso e’ povero solo nelle idee nei giovani (molto social e poco network) e negli amministratori, troppo dediti ai propri orticelli, ai quali se provi ad indicare la luna, si guardano stupefatti il dito.