Simul stabunt

Simul stabunt

 

Simul stabunt vel simul cadent, si diceva in latino. E’ un’immagine che a me piace riprendere a quindici giorni dalle elezioni politiche, quando tutti i principali partiti in competizione si presentano come rinnovati, ringiovaniti, ripuliti, disposti al cambiamento, e così via, quando invece, certo con responsabilità e ruoli diversi tutti, ma proprio tutti, sono responsabili dello stato di sfacelo al quale è ridotto il nostro paese. Tutti, sicuramente quelli (o quello) che hanno (ha) governato con più o meno continuità negli ultimi dieci anni, ma anche quelli che forse hanno avuto meno ministeri intestati, ma non certo meno influenza nella società, nei posti di lavoro, nei corpi intermedi, nei mercati, nelle scuole, nei sindacati, negli enti locali, nelle fondazioni bancarie, e che ora cercano di chiamarsi fuori, come se tutta la responsabilità fosse degli altri (meglio, dell’altro).

Mancano linguaggi diversi, manca lo spessore umano per affermarsi nell’autorevolezza. Manca il coraggio di affrontare parole d’ordine nuove che vadano oltre la storica dicotomia tra destra e sinistra, e piuttosto in direzione di un’altra coppia, giusto o sbagliato, nel dare risposte a quelle che secondo me sono le parole-chiave del futuro: merito, legalità, gestione dei talenti, innovazione, formazione, educazione, lotta agli sprechi, meno stato, più giustizia. Quelle cose che fanno funzionare oggi, nel benessere e nell’equità, i paesi più evoluti, non solo in occidente. Un futuro non a venti o trenta anni, ma a due, tre o cinque, perché temo che il Sistema Italia non ce li abbia venti anni per ripensarsi. (In verità uno ci ha provato qualche mese fa con un vento di rinnovamento che aveva acceso molte speranze, un vento che però poi forse non è stato fermato con le mani, come diceva lui, ma ridotto a spiffero si, a corrente d’aria se non a correntina di partito, peccato!)

Ho letto ieri un editoriale su La Stampa di Luca Ricolfi. Non è il primo nel suo stile ed è da condividere dalla prima all’ultima parola. La prima parte è di sfogo, la seconda piena di disillusioni, che poi dieci passi indietro, sono anche le mie e credo di un’intera generazione. Mi permetto di metterlo qui a futura memoria.

Non ho fatto nessun nome, ma a pensarci bene sotto sotto un’idea in testa per un salto di paradigma ce l’ho e non è quello con le antenne.