Terremoti in Sabina e cose sparse

Terremoti in Sabina e cose sparse

La maggior parte della Provincia di Rieti si trova immediatamente ai margini della fascia di territorio nazionale più esposta ad eventi sismici, mentre le sue porzioni più settentrionali ed appenniniche in quella fascia ci stanno purtroppo pienamente. Del resto gli annali storici del millennio appena trascorso sono punteggiati di eventi localizzati direttamente nell’area sabina oppure in zone appena contigue, con effetti importanti presso le nostre città e i nostri paesi. Le date più rilevanti sono quelle del 1298, 1349, 1639, 1703, 1785, 1898, 1915, e più recentemente 1961 (con epicentro vicino ad Antrodoco), 1979 (in Valnerina), 1997 (quello dell’umbria-marche) e ovviamente 2009 (L’Aquila). A queste date occorre aggiungere il 174 a.C. e il 76 a.C. quando, col beneficio di inventario dovuto a fonti storiche incerte, terremoti definiti disastrosi colpirono l’antica Reate e la Sabina.

Alzando lo sguardo alla penisola, non troviamo terremoti di magnitudo superiore a 7 nell’arco della nostra e delle generazioni immediatamente precedenti. Ma essi ci sono stati, 9 negli ultimi 600 anni, l’ultimo nel 1915 ad Avezzano e il peggiore nel 1693 in Sicilia orientale (con magnitudo stimata a 7,4!): non è azzardato dire che questa o la prossima ne dovranno con molta probabilità affrontare uno.

Se vale il semplice principio geologico secondo cui un terremoto colpirà là dove ha già colpito, il quadro che emerge non dovrebbe lasciare tranquilli, né le popolazioni né soprattutto gli amministratori.

Per contenere gli effetti di un futuro terremoto per il quale è solo questione di tempo, qualcosa si è fatto in questi anni per quanto riguarda la classificazione sismica del territorio. Nel XX secolo la classificazione sismica dei Comuni d’Italia è stata sempre introdotta o aggiornata per così dire, a posteriori: una zona che aveva subìto un sisma, più o meno forte, era classificata “sismica” attraverso decreti ministeriali che seguivano di poche settimane o mesi l’evento. Per parecchi decenni in Italia si sono così individuate tre classi sismiche (ad alta, media e bassa sismicità) con una quarta costituita da comuni cosiddetti “non classificati”.

La provincia di Rieti è stata così catalogata in classe 1 (la più gravosa) nella parte appenninica del territorio e in classe 2 nella parte tiberina e della bassa Sabina. Nessun comune era posto in classe 3 e solo alcuni prevalentemente nell’area tiberina erano “non classificati”.

Dal 2003, oltre che parlare di Zone anziché di Classi, si sono succeduti una serie di aggiustamenti che hanno cambiato in senso generalmente cautelativo la “geografia” sismica della provincia, prendendo correttamente in considerazione dati storici ma anche sismologici. Oggi sono definiti 13 comuni in Zona 1 (l’Alto Reatino ed il Cicolano), 8 nella cosiddetta zona 2A (una fascia allungata da Morro-Rivodutri a Pescorocchiano), e 54 in zona 2B (relativamente meno sismica, che interessa il resto della Provincia), dove le “zone” coincidono quasi del tutto con i limiti comunali. Ecco la classificazione oggi vigente.

Fino al 2009 inoltre, il rischio sismico di un sito era legato ai confini amministrativi del Comune di appartenenza e quindi poteva succedere che in due Comuni adiacenti valessero regole edilizie anche molto diverse in funzione di una diversa classificazione sismica. Oggi noi sappiamo, e le normative stanno andando in questa direzione, che all’interno di uno stesso limite amministrativo possono esistere condizioni geologiche e geomorfologiche che predispongono a diversi scenari di danno. La scienza ci permette infatti di conoscere non solo le caratteristiche dei terremoti del passato (questa è la carta delle massime intensità in termini di Scala Mercalli registrate nella Regione Lazio), ma anche di sapere che luoghi diversi, anche limitrofi, rispondono diversamente ad una stessa scossa sismica, amplificando o in certe situazioni smorzando l’onda che proviene dall’epicentro (o meglio dall’ipocentro, cioè il punto di rottura della faglia nel sottosuolo). Un esempio eclatante di ciò si è avuto col terremoto dell’Aquila e con gli effetti riportati presso Onna e Monticchio, distanti non più di 2 km tra loro ma con la prima che si trova all’interno di un bacino alluvionale colmato da sedimenti complessivamente sciolti appoggiati sul substrato roccioso, che al contrario affiora direttamente nella seconda località. Un bacino alluvionale crea infatti le condizioni per fenomeni di focalizzazione ed interferenza costruttiva di onde sismiche provenienti dall’ipocentro, oltre alla ulteriore produzione di onde alla base della coltre alluvionale.

Uno studio di questo genere si dice di Microzonazione Sismica, obiettivo di un progetto lanciato dalla Regione Lazio nel corso del 2011 e che, pur necessitando di importanti aggiustamenti concettuali e procedurali, rappresenta un primo apporto scientifico alla descrizione specifica del comportamento sismico del territorio.

Ma in un contesto estremamente soggetto al rischio sismico, qual è il ruolo del cittadino e che cosa altro dobbiamo chiedere alle Istituzioni?

In effetti qui il discorso diventa un po’ più ampio forse in un certo qual modo di tipo filosofico, nel senso che tutti dobbiamo convincerci una volta per tutte di dover vivere “con” la Natura e vivere con la Natura significa conoscerne le manifestazioni proprie, gli equilibri e gli spazi. Se noi siamo arroganti con essa, appena può la Natura se li riprende questi spazi. Ciò vale ad esempio per il dissesto idrogeologico, dove basterebbe integrare le competenze delle mille agenzie che ci sono, rendere più capillare l’informazione e far applicare con intelligenza le diecimila leggi edilizie e urbanistiche esistenti; ma per far questo qualche ente dovrebbe chiudere e qualche lobby lavorare di meno, quindi meglio lamentarsi di dover spendere 40 miliardi di euro per il recupero del territorio a rischio, stima dell’ex ministro Clini, oppure piangere ogni tanto qualche morto. Ma vale soprattutto per il rischio sismico, nel momento in cui si tende a trascurare proprio quel contributo scientifico e tecnologico che permette oltre che di studiare i comportamenti specifici di un sito, di progettare o adeguare i fabbricati rendendoli in grado di resistere.

Deve crescere la cultura della prevenzione e del “costruire bene” anche attraverso la responsabilizzazione dei cittadini, comprendendo, è solo un esempio, la stipula di assicurazioni private in funzione della qualità dell’edificato, come avviene in Giappone, dove gli edifici sono forse i più sicuri del mondo e dove, se la casa crolla, lo Stato non risarcisce affatto.

E poi c’è la questione del patrimonio edilizio non recente, soprattutto il tanto costruito negli anni ’50 – ’70 e nei centri storici, che nella maggior parte dei casi non rispetta alcuna norma anti-sismica ed è proliferato tra condoni e sanatorie. Qui propongo un confronto tra i manufatti già individuati a rischio nel 1985 nel centro storico dell’Aquila e i manufatti crollati la notte del sisma (immagine resa disponibile via Twitter dal prof. Enzo Boschi). È assolutamente necessario impostare una massiccia campagna di incentivazione, monitoraggio, verifica ed adeguamento strutturale dell’edificato esistente, anche in rapporto agli esiti della Microzonazione Sismica di cui abbiamo parlato: ha ben poco senso infatti fissare indagini obbligatorie per l’amplificazione attesa di un annesso agricolo o imporre verifiche spinte per una scala di emergenza in ferro di un piano, benché a servizio di un ospedale (si badi, io critico l’obbligo di verifiche spinte e costose, come richiesto qui nel Lazio anche per questo tipo di interventi, non l’assenza di verifiche) e non interessarsi minimamente del tessuto edilizio che già vi insiste. E’ uno dei grossi problemi ad esempio di Roma: se ne è occupata anche la rivista Time in un attualissimo articolo della primavera 2012 che trovate qui e che si chiude chiedendosi cosa potrebbe succedere in caso di sisma in una città messa in ginocchio da 40 cm di neve?

Insomma dobbiamo imparare a capire meglio gli eventi naturali e prevenirne gli effetti mediante interventi davvero efficaci, anziché inseguire e piangere le catastrofi.

Alcune parole infine sulla delicata questione della prevedibilità dei terremoti, che più di un interrogativo anche recentemente ha sollevato.

Se parliamo in termini di probabilità (“forecast”, in inglese) gli studi in Italia sono molto avanzati. Noi ancora non sappiamo dire con precisione dove colpirà un terremoto ma con approssimazioni che cominciano ad essere interessanti siamo in grado di dire qual è la probabilità che in una data area il terremoto colpisca con certe caratteristiche di intensità. Esistono infatti delle carte redatte da studiosi italiani dell’INGV, che sono considerate all’avanguardia nel mondo in termini di affinamento delle informazioni e che esprimono la probabilità che un evento accada, in una certa zona, con certa forza, entro un certo intervallo di tempo (tipicamente il 10% in 50 anni).

Se invece parliamo di previsioni in termini deterministici (“prediction”, cioè, riuscire a dire che il terremoto avverrà a quell’ora, in quel luogo, con quella intensità, con incertezze di poche ore, pochi chilometri e pochi decimali Richter, altrimenti non serve a niente, anzi è peggio!) le cose stanno molto più in alto mare.

Esistono si università in varie parti del mondo che da decine di anni studiano i cosiddetti “precursori sismici” cioè quelle manifestazioni naturali che possono precedere un evento sismico, come le emissioni di radon o le onde elettromagnetiche a bassissima frequenza. Ma a tutt’oggi, per le prime i risultati sono poco consistenti e ripetibili, per le seconde prevale lo scetticismo e la mancanza di finanziamenti da parte degli enti istituzionali. Del resto il terremoto non è una cosa che si osserva in laboratorio: non si lascia studiare come una cellula o entro certi limiti una stella ma è un evento molto più sfuggevole e inaccessibile e quindi è fisiologico che gli studi in questa direzione siano tuttora immersi nella nebbia.

Va comunque detto che, sotto traccia, gli studi vanno avanti e potrebbero dare risposte sorprendenti ma solo nel medio-lungo termine. Per parte mia, sottovoce e rischiando un processo per eresia dai miei colleghi più soloni, mi chiedo solo se sia lecito, per una civiltà come la nostra che prevede, insegue e scopre una elusiva particella esistita per 10-10 secondi (un decimiliardesimo di secondo!) qualcosa come 13,7 miliardi di anni fa e altre sciocchezze simili, porsi e imporsi il limite della previsione deterministica di un terremoto.

In conclusione io ritengo che, al confine tra razionale e irrazionale, si possa non aver paura del terremoto. E’ però fondamentale non abbassare mai la guardia anche quando nel tempo viene meno la memoria dei lutti e delle sofferenze patite decenni fa magari altrove.

Il terremoto di per sé non uccide, sono le case che crollano e uccidono se non sono fatte come si deve. In Italia noi siamo bravi, lo abbiamo visto, nella conoscenza dei fenomeni, poi siamo bravissimi nel momento dell’emergenza (anche mettendo in conto qualche furbetto: è l’Italia, bellezza!). Dobbiamo invece migliorare, a tutti i livelli, nella fase che va dalla conoscenza dei fenomeni allo scatenarsi dell’evento sismico, e cioè nelle tecniche costruttive, nel rispetto delle regole procedurali (è il privato che per primo deve esigere e conseguentemente spendere per un iter progettuale dettagliato e scrupoloso) ma anche nella predisposizione di norme tecniche scientificamente consistenti, nell’individuazione di percorsi autorizzativi snelli, univoci e rigorosi, nello svolgimento di esaustive indagini geologiche, nella responsabilizzazione degli organi di controllo, nella formazione/informazione della popolazione e nel suo addestramento tecnico e psicologico agli scenari di rischio e alla resilienza, e poi ovviamente negli investimenti economici in ricerca tecnologica e scientifica.

Magari l’imminente centenario del grande terremoto di Avezzano (13 gennaio 1915) costituisse momento di riflessione e consapevolezza in queste direzioni. Per far crescere oggi la cultura della prevenzione e per non piangere domani su tragedie evitabili.