Un altro luogo, un'altra vita

Un altro luogo, un’altra vita

Siamo abituati a pensare la vita e i fenomeni biologici come concetti magari dai contorni sfumati ma fondati essenzialmente sull’acqua allo stato liquido e alle reazioni che essa permette con una manciata di particolari elementi chimici (H, C, N, O, P, S e pochi altri). Certo, una trentina di anni fa gli oceanografi hanno trovato forme di vita a ridosso delle dorsali oceaniche (i cosiddetti black smokers o sorgenti idrotermali abissali) con un metabolismo sotto molti punti di vista alieno, ma l’acqua rappresenta sempre in maniera imprescindibile l’elemento sine qua non affinché la ricerca della vita abbia significato, almeno nel senso comune.
Del resto le analisi di Keplero, la sonda che negli ultimi anni ha permesso di individuare decine di pianeti extrasolari, portano ad una stima, entro un raggio di circa 1000 anni-luce da noi, di almeno 30.000 pianeti, potenzialmente “come la Terra”, vale a dire rocciosi, relativamente piccoli, ad una distanza dalla stella tale da garantire temperature né troppo calde né troppo fredde, adatte, in altri termini alla persistenza di acqua liquida.
L’acqua, appunto. E se non ci fosse? E’ proprio impensabile farne a meno? A metà tra provocazione e rigore scientifico arriva pochi giorni fa uno studio della Cornell University che si è posto il seguente interrogativo: è possibile ipotizzare membrane cellulari, vale a dire barriere biochimiche semipermeabili in grado di racchiudere componenti organici di struttura cellulare, attive a temperature molto più basse di quelle alle quali l’acqua è liquida? L’argomento è di fondamentale importanza perché la vita sulla terra nasce in forma primordiale proprio quando alcune molecole speciali (fosfolipidiche per la precisione) riescono in soluzione acquosa a costituirsi in una membrana che, chiudendosi su se stessa, isola il “dentro” ove i processi biologici possono iniziare ad evolversi con sempre maggiore efficienza e velocità, dal “fuori”. Quindi, è concepibile che un fenomeno simile avvenga in un contesto chimico diverso come ad esempio in presenza di metano? Quali limitazioni o opportunità sono legate al fatto che il metano ha un punto di congelamento molto inferiore a quello dell’acqua?
Le risposte, incoraggianti, vengono da piccoli composti a base di azoto che si sono dimostrati capaci di formarsi e di comportarsi proprio come fanno le membrane lipidiche delle nostre cellule anche in termini di stabilità ed elasticità, ma in ambienti caratterizzati da metano ed etano (privi di acqua e ossigeno) e a temperature di esistenza della fase liquida. Ambienti compatibili con l’atmosfera di Titano, una delle lune di Saturno, bagnato da oceani di metano liquido a circa 180 gradi sotto zero.
E proprio nell’atmosfera di Titano è stata riconosciuta la presenza di uno di questi composti, l’acrilonitrile, in quantità esigue certo, 10 parti per milione, ma tali da far supporre che esso sia diffuso in qualunque atmosfera ricca in azoto e metano (l’acrilonitrile è un composto noto anche sulla Terra come base di fibre acriliche anche se tossico, altamente infiammabile e in certe condizioni cancerogeno).
Per membrane aliene di questo tipo gli scienziati hanno coniato il termine “azotosoma,” a metà strada tra l’azoto e il liposoma che poi altro non è che la membrana lipidica delle nostre cellule.
“Non siamo né astronomi né biologi” tengono a precisare gli autori, “ma con queste molecole fatte di azoto, carbonio e idrogeno abbiamo tutti gli ingredienti giusti”.

Nel 1962, ricorda uno degli autori, Isaac Asimov pubblicò il saggio “Not as We Know It”, uno studio su possibili forme di vita diverse da quelle comunemente intese. Oggi, egli conclude, potremmo aver trovato la prima concreta traccia di una vita aliena “non come la conosciamo”.

Foto © NASA/JPL-Caltech/ASI/USGS