#unabuonariforma

#unabuonariforma

Qualche sera fa, ad un’ora inusuale, squilla il telefono di casa. A metà tra l’indispettito e il preoccupato, trovo dall’altra parte della linea una giornalista del quotidiano La Stampa che, dopo aver letto alcuni miei tweet, era interessata alla mia opinione sul recente sciopero della scuola, al quale io non avevo preso parte.

Ne è nata un’intervista, uscita la mattina dopo che, a parte qualche vigoroso colpo d’accetta del titolista, ha ben colto il senso della conversazione telefonica. La trovate qui e qui. Vorrei ritornarci sopra nelle prossime righe.

Che cosa penso della riforma è subito detto, rifacendo (qui mi è consentito) il titolo. E’ una buona riforma, pur con qualcosa da approfondire.

Di tutto il dibattito che in queste settimane ha inondato i media nazionali, restano a mio avviso due insiemi di argomentazioni: da una parte alcune (parecchie) cose indiscutibilmente buone, come i 3 miliardi di euro previsti a regime dal 2016 per l’intero comparto, i 500 euro annui per spese culturali dei docenti, la predisposizione da parte delle singole istituzione di piani triennali dell’offerta formativa attorno ai quali modulare organici ed attività, l’obiettivo dell’apertura pomeridiana delle scuole, l’indirizzo a non formare classi pollaio, la rendicontazione dei processi e dei criteri di scelta. Dall’altra una serie di novità forti, il cui impatto non può ad oggi che essere definito potenziale, ipotetico, di sicuro non tale da determinare con certezza un attacco alla libertà di insegnamento, ai diritti dei docenti e poi, tutto d’un fiato, alla Costituzione.

Lo scoglio più grosso è il ruolo del preside, nelle varie accezioni podestà, sceriffo, sindaco, che chiama in causa il concetto di responsabilità, in un mondo della Scuola dove, non esistendo alcuna forma di valutazione, i concetti di premio o di censura, sono praticamente sconosciuti, a meno di casi eclatanti; ma contestualmente diminuisce il potere contrattuale dei sindacati i quali, come era prevedibile, non l’hanno presa bene.

Ma perché si dovrebbe aver paura di una Scuola e di un DS che elabora, di concerto col collegio dei docenti e il consiglio d’istituto, una propria specificità strategica anche in rapporto al contesto territoriale in cui si trova, redige un piano formativo triennale, individua le figure meglio adatte per la sua realizzazione, propone loro l’assunzione secondo curricula trasparenti, rendiconta in maniera cristallina processi, metodi, obbiettivi e risultati, avendo a disposizione più risorse di quelle che sono state finora messe a disposizione in epoche anzi di tagli, e in modo da offrire ai ragazzi, oltre agli insegnamenti imprescindibili, opportunità personalizzate di crescita e di sviluppo di talenti? Ecco, perché dovremmo averne paura? Vogliamo rafforzare la collegialità di certe scelte e in particolare delle assunzioni? Benissimo ma senza esagerare e senza dimenticare che come in ogni sistema complesso il principio di autorità è necessario perché le cose funzionino. Vogliamo potenziare le verifiche di processo e di risultato da parte di organismi sovraordinati? Ottimo. Non mancano spazi e tempi in commissione per farlo. Vogliamo aumentare la trasparenza degli atti e l’autovalutazione d’Istituto? Nell’ultimo anno è già cambiato molto.

Perché dunque questi timori? Azzardo tre interpretazioni. È chiaro che ciascun docente applica un metro di giudizio in rapporto alle proprie esperienze e non tutti possono raccontare di aver incontrato Dirigenti all’altezza delle responsabilità che si richiedono loro. Questo è a mio avviso il vero nervo scoperto della riforma: come vengono reclutati i DS? Cinque anni fa ho partecipato all’ultimo concorso per dirigenti e la prova preselettiva mi è sembrata più rivolta alla ricerca di un buon professore pedagogo che non di un profilo manageriale esperto, un profilo che, piaccia o no, è complementare allo spirito della riforma. E così avviene che di un direttore di banca o di un primario ospedaliero, in linea di principio, si ha fiducia spontanea, di un preside sembra di no. Questo dovrebbe interrogare e preoccupare il Ministero. È d’altronde vero che se l’informazione fosse giunta a molti docenti solo attraverso messaggi di puro terrorismo psicologico su whatsapp, che recitavano: “la Camusso dice che se la scuola non si blocca il Governo porrà la fiducia” oppure “attenzione agli albi territoriali dai quali il DS attribuisce incarichi per un triennio ai docenti che più gli aggradano”, ciò denoterebbe una spudorata malafede di qualcuno e, diciamo così, una certa dose di leggerezza interpretativa da parte di chi dovrebbe educare i nostri figli alla lettura critica della realtà e alla scientificità degli approcci conoscitivi. La terza è puramente politica e con i presidi c’entra poco. Fin da quando Matteo Renzi nell’ottobre del 2012 si è proposto alla platea nazionale (all’epoca delle primarie perse) ho visto letteralmente barcollare molti degli esponenti storici del PCI/PDS/DS/PD al momento di toccare temi chiave per la constituency della sinistra come lavoro, pensioni, pubblica amministrazione. Poi è successo quello che è successo: i voti sono cresciuti (col mio e con quello di tanti sicuramente non allineati) ma in parallelo anche gli attriti con le strutture di base del partito, soprattutto quelle periferiche e sindacalizzate, quelle nostalgiche del 25% alle politiche. E così oggi la riforma della scuola temo sia il terreno sul quale si sta giocando un gigantesco regolamento di conti all’interno della sinistra dove docenti, studenti, merito e valutazione sono solo pedine di un gioco molto più grande.

Ma, tornando alla riforma, mi chiedo ancora: è mai possibile che tutti i tentativi di riforma della scuola di cui ho memoria siano stati ostacolati a suon di scioperi, come fossero prodotti da pericolosi autocrati che una mano oscura avrebbe insediato a Viale Trastevere? Non credo. Credo invece che in maniera più o meno intelligente, si sia cercato di adeguare la Scuola italiana ad un mondo che cambia, che accelera, che si trasforma a ritmi sconosciuti fino a ad una trentina di anni fa e che impietosamente, quando si tratta di confrontare classifiche di merito vede i nostri ragazzi lontani da paesi che ci piace sentire affini culturalmente e lontanissimi da altri con sistemi dell’istruzione all’avanguardia mondiale.

Eppure l’inerzia ha prevalso sotto l’impulso di sindacati troppo spesso refrattari ad ogni forma di novità che non avesse come baricentro la tutela degli iscritti (e se possibile farne sempre di più) e non come punto di caduta il successo formativo e la realizzazione professionale degli studenti, i veri datori di lavoro. Sindacati che anziché preoccuparsi nei fatti dell’asticella culturale dei ragazzi, sono subito pronti a invocare scatole vuote come “la difesa della scuola pubblica” oppure “la condivisione dei valori della Costituzione” o “i diritti degli studenti”. Un esempio recente: qualche mese fa un sottosegretario si lasciò scappare che l’orario dei prof doveva essere portato a 24 ore e più settimanali per garantire tempi maggiori di apertura delle scuole. Con riflessi pavloviani il sindacato si è levato ad una sola voce contro tale proposta, costringendo ad una pronta rettifica. Bene, io credo che un sindacato moderno avrebbe dovuto cogliere l’occasione per aprire una trattativa, magari chiedendo in cambio un aumento degli stipendi dai miserrimi 1200-1300 € a 1600-1800 € tanto per cominciare, avendo così qualche precario in meno ma anche qualche prof motivato, non frustrato e riconosciuto nelle sua professionalità in più. E invece no.

Quindi a mio avviso le luci della riforma sono molte ma qualche ombra andrà diradata. In commissione parlamentare se ne sta lavorando. Fermo restando che le leggi sono contenitori, ma poi i contenuti li mettono gli uomini e le donne che vivono e fanno la scuola, a me paiono in larga parte innovazioni di grande e positivo impatto.

Restano da capire bene alcuni passaggi, nodali sia nella riforma che in generale della scuola di domani: come si valutano il dirigente e i risultati dell’istituto? Uno strumento è l’Invalsi ma non può essere il solo, si rischia l’autoreferenzialità. Come si valuta il docente? Non con la media voto delle classi che non è un parametro indicativo, ma nemmeno attraverso una sorta di referendum tra studenti e famiglie visto che non necessariamente egli deve avere il loro gradimento. E poi, detta come provocazione, come si valutano….le famiglie, nel senso che la scuola deve conservare con orgoglio il privilegio di tracciare una rotta culturale-educativa e non inseguire le richieste dell’utenza per avere “i numeri” (magari trovandosi a scegliere tra un corso introduttivo di latino e la zumba).  E poi il nodo delle assunzioni: niente da dire sui precari storici e i vincitori di concorso, ma gli altri, solo abilitati? È giusto assumerli tutti anche se sono in overbooking rispetto alle reali esigenze di organico, quando in altri ambiti della PA le graduatorie dopo tre anni vanno a scadenza? Tutti argomenti scivolosi che un Governo col sacrosanto obiettivo di innalzare il livello della Scuola italiana ha il diritto/dovere di affrontare in maniera efficace.

P.S. Gli aggiornamenti sui lavori in commissione si seguono qui. Finora (9 maggio) si parla tra le altre cose di colloqui per definire la proposta di incarico, di ambiti territoriali di norma inferiori alle provincie, della composizione dello staff del dirigente scolastico, del nucleo per la valutazione dei dirigenti scolastici. Piccole cose nella giusta direzione.