Vajont. Storia di fango e omertà

Vajont. Storia di fango e omertà

“Che Iddio ce la mandi buona”. Queste parole sono contenute nella lettera con cui la mattina del 9 ottobre 1963 l’ingegnere Alberico Biadene, direttore del Servizio Costruzioni Idrauliche della S.A.D.E., richiama in servizio l’ingegnere e capo-cantiere Mario Pancini, in quel momento in vacanza a New York, mentre gli eventi premonitori della grande frana del Vajont stavano inequivocabilmente intensificandosi, per prepararsi a ciò che alle 22.39 di quella tragica sera, puntualmente avvenne.

E’ anche il titolo di una pubblicazione edita per il 50°anniversario dalla Fondazione Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi a cura di un geologo ricercatore del CNR, Riccardo M. Menotti e di un funzionario del servizio geologico di Stato, Alvaro Valdinucci, quest’ultimo scomparso nel 1995, dove si ripercorrono la storia, le testimonianze, i silenzi che precedettero e seguirono l’immane tragedia.

Nonostante i 50 anni trascorsi, si tratta di documenti di grande interesse, da leggere con attenzione, la cui pubblicazione (e in particolare le relazioni tecniche di Valdinucci) è stata osteggiata per decenni da diverse case editrici. Ringraziando il dr. Menotti, la trovate qui, mentre qui c’è l’unica sintesi finora pubblicata in un articolo del 1994. La faticosa uscita di questi testi non è il solo esempio del disagio con cui le sedi ufficiali hanno trattato per troppo tempo il disastro del Vajont.

I contorni della storia sono noti: quell’opera, monumento all’ingegno italico, nonostante indubbi vantaggi strategici, non doveva farsi in quella valle, perché una pluralità di indizi suggeriva che i suoi versanti fossero instabili e soggetti a dissesti gravitativi, a partire dal nome della montagna, “Toc” che in dialetto locale deriva da “patoc” cioè marcio, fradicio e fa subito pensare a qualcosa che si sbriciola. All’epoca, è vero, la geologia non era la stessa di oggi, nei metodi e negli strumenti; era prassi ricorrere in larga misura ad analisi di superficie e alla sensibilità intuitiva del geologo esperto di montagna e colui che studiò fin dagli anni ‘30 la fattibilità dell’opera era il prof. Giorgio Dal Piaz, il più autorevole esperto italiano della geologia delle Alpi e delle Dolomiti (ancora ringraziando il dr. Menotti, qui ci sono alcuni rapporti tecnici di Dal Piaz relativi alla costruzione della diga e del bacino del F.Salto, in provincia di Rieti); negli anni ’50 inoltre, era prassi privilegiare lo studio della sezione d’imposta della diga e non le caratteristiche del bacino d’invaso, ma soprattutto mancava la cultura di un approccio globale e multidisciplinare alla realizzazione di una grande opera, i cui studi procedevano a compartimenti stagni con l’ingegneria di qua e la geologia, sistematicamente subordinata, di là (oggi la cosa è cambiata, ma solo pochino pochino…..).

Una volta messo in moto, il cantiere non poteva più fermarsi, soprattutto perché nel frattempo la società costruttrice (la citata e potentissima S.A.D.E. fino a quel momento la società privata che produceva corrente elettrica per il nord-est affamato di energia) doveva vendere l’impianto all’Enel con il quale lo Stato proprio in quegli anni stava nazionalizzando l’energia del Paese e con il collaudo dell’opera essa avrebbe ricevuto contributi per diversi miliardi di lire dell’epoca. Quindi, nonostante i molteplici avvertimenti mandati nel tempo dal Toc, si tirò dritto, con la connivenza del governo e degli organi periferici di controllo e la complicità di geologi poco avveduti o compiacenti; si tirò dritto fino alla morte, quella fisica, per quasi 2000 di Longarone, Erto, Casso e di una manciata di frazioni limitrofe, e quella sociale per una cultura montanara andata del tutto persa e dispersa. Il processo che segui la tragedia durò decenni (ma va!) e finì con pochi colpevoli. Dei due citati all’inizio, Biadene se la cavò con un paio di anni di galera (e solo in appello!), mentre Pancini finì i suoi giorni suicida, prima della sentenza.

Se prima della tragedia le parole chiave sono incompetenza, sottovalutazione del rischio, untuosa acquiescenza e perseveranza nella ricerca del profitto, per seguire il dopo basta una sola parola: omertà. Un classico per le cose italiche che fanno male. Per 20 anni gli studi italiani sul Vajont sono parziali e imprecisi con ricostruzioni stratigrafiche e idrogeologiche approssimative, che pure fanno scuola in ambito accademico: troppo facile dopo che i cardinali della geologia ma anche della politica e del giornalismo sposano subito la tesi della imprevedibilità della tragedia: qui l’articolo di Dino Buzzati sul Corriere della Sera dell’11 ottobre 1963: l’italiano è bellissimo ma nelle tesi c’è qualcosa che non torna; e ancora Giorgio Bocca che su Il Giorno scrive: “In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!”; nel dubbio, Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere accusa i comunisti di speculare su una così grave tragedia: “nella vita delle nazioni ci sono sempre state tragedie di ogni genere, carestie, pestilenze, terremoti, che vanno affrontate con coraggio e senza creare odi interni”.

Nel corso del processo, a Belluno e poi a L’Aquila (quante cose ci sarebbero da aggiungere in merito a questa fatale coincidenza) non si trova un geologo italiano, nemmeno il grande Ardito Desio, disposto a sostenerne al contrario la assoluta prevedibilità, almeno a partire dall’estate del ’63. Non so se da qualche stanza oscura e fumosa partano direttive ma certo è che non se ne può e non se ne deve parlare. Per tornare in campagna a studiare la realtà dei fatti bisogna aspettare il 1983 quando un americano e un canadese, inviati dal Servizio Dighe dell’esercito degli Stati Uniti, risalgono la valle del Vajont a studiare le sue similitudini con un bacino in Canada, dove è in costruzione un grosso invaso artificiale. Essi si rendono conto dei limiti e delle contraddizioni contenute negli studi precedenti e si rivolgono ad Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga e allievo di Dal Piaz, uno dei pochi prima della tragedia ad aver intuito il pericolo, non trovando tuttavia la forza o l’opportunità di una denuncia pubblica e chiarificatrice. I due, riordinando i dati di campagna di Semenza, ricostruiscono le reali condizioni geologiche della valle, le cause predisponenti e le cause scatenanti il dissesto. Ad esempio dimostrano, oltre 20 anni dopo l’apocalisse, la presenza di un’ampia superficie argillosa inclinata verso valle e distribuita lungo tutto il fronte del Toc, inserendola tra i principali responsabili dello scivolamento del 1963: un dato stratigrafico sempre negato da autori precedenti, più o meno illustri. E’ loro il più dettagliato modello idrogeologico che tiene conto dell’influenza delle precipitazioni e dei cicli di invaso-svaso sulle accelerazioni del fenomeno principale.

Anche successivamente, sono solo università straniere che finanziano ricerche dalle parti del Vajont mentre allo stesso Edoardo Semenza non riesce mai di ottenere i contributi che chiede per proseguire i suoi studi. Le relazioni di Valdinucci, dalle quali siamo partiti, rimangono inedite fino gli anni ’90.

Chi la storia l’ha vissuta e raccontata negli anni precedenti la tragedia raccogliendo il punto di vista e le paure dei montanari è Tina Merlin, la giornalista eretica che prima subisce un processo per “diffusione di notizie false e tendenziose” (dal quale fu assolta) e poi deve aspettare anch’essa il 1983 per trovare una casa editrice col coraggio di pubblicare la sua testimonianza, dal titolo “Sulla pelle viva”. Venti anni esatti. Il libro si compra qui.

La maggioranza degli italiani e soprattutto i più giovani, scoprono il Vajont solo la sera del 9 ottobre 1997 quando viene trasmessa in prima serata su Raidue la celeberrima orazione civile di Marco Paolini, che incolla per tre ore alla tv oltre 3 milioni di spettatori. E tra essi anche un giovane studente di geologia, in una fredda camera d’albergo di un paese della conca del Fucino, al lavoro per la tesi di laurea.

I fatti del Vajont dimostrano come la storia patria non perda occasione di seguire uno stesso cliché: al verificarsi di un fatto tragico, seguono la ricerca all’inizio timida delle responsabilità, i depistaggi, commissioni d’inchiesta inconcludenti se non dannose, una giustizia che fa il suo lavoro così e così, diversi livelli di verità (come sempre tra quella ufficiale e quella reale, il margine è sempre generoso) e poi, tempo dopo, parecchio tempo dopo, si scopre che in fondo a qualche cassetto c’è un pizzino inedito, una rivelazione, un documento impubblicabile che improvvisamente trasmette sulla vicenda una luce in grado di svelare stanze buie. Che ci sono stati uno, due, tre momenti prima della tragedia in cui le scelte degli uomini potevano coscientemente determinare un destino diverso….e invece no! E poi arriva lo Stato con qualche zelante ministro in cerca del quarto d’ora di celebrità, sempre con grande dignità pronto ad inginocchiarsi e a chiedere scusa. Quello stesso Stato che nel frattempo lascia agli artisti o ai testimoni diretti, la ricerca della verità e il dovere di informare. Si, parlo del Vajont (oltre a Paolini, c’è l’intenso film di Renzo Martinelli che prende a schiaffi i cuori e le coscienze, e la ruvida letteratura della memoria di Mauro Corona) ma in fondo potrei parlare di Piazza Fontana, del caso Moro, di Ustica: la successione degli eventi sempre la stessa, in parole, opere e omissioni, solo con personaggi e interpreti diversi.

Tra le lezioni che dobbiamo imparare dalla tragedia del Vajont c’è senz’altro quella del corretto rapporto tra sfruttamento delle risorse del pianeta e rispetto degli equilibri naturali.

La Sade, costruiva centrali per la produzione di energia elettrica, le costruiva nel mondo, portava lavoro e benessere in un’Italia in crescita come non lo e mai più stata e affamata di futuro. Faceva utili per i propri soci? Legittimo, ma non e questo il punto. Non e questo il male.

Il punto è il ruolo della tecnica che spiega (dovrebbe spiegare) i fenomeni e guida (dovrebbe guidare) con metodo e discernimento le scelte della politica. Dove finisce il mito di colui che padroneggia la techné, (“arte” nel senso di “perizia”, il “saper fare”, il “saper operare”) e quindi la conoscenza dei fenomeni se lo stesso tecnico si comporta come un soggetto senza etica nella progettazione di opere che interferiscono così intensamente nella vita delle comunità, solo un pavido ingranaggio nei meccanismi del business? Quale il senso di commissioni tecniche se i loro membri non offrono garanzie di indipendenza ed autorevolezza e magari si prestano oltre il dovuto a tentazioni mediatiche (che so bene ineliminabili al giorno d’oggi).

Io credo che la storia del Vajont debba essere conosciuta nei dettagli anche perché attraverso essa si possa acquisire una migliore consapevolezza rispetto all’uso equilibrato dell’ambiente, all’interno del quale le generazioni che si affacciano ai ruoli di responsabilità siano chiamate a scegliere non tra il “fare” o “non fare” un’opera ma piuttosto tra “far bene”, con vantaggi per la comunità nel rispetto degli elementi, e “non far bene”, con vantaggi per pochi e compromissione irreversibile del contesto naturale.

E’ lecito che organi superiori decidano della realizzazione di opere giudicate strategiche, magari parte integrante di interessi sovranazionali, senza l’obbligo di interpellare le popolazioni locali alle quali possono legittimamente sfuggire tutte le considerazioni sociali ed economiche connesse alla grande opera? Si, secondo me è lecito. Ma è altrettanto lecito e doveroso esigere che tali scelte siano ovunque supportate da valutazioni tecnico-scientifiche e, ovviamente economiche, cristalline che non obblighino a procedere a tutti i costi, ancor prima della riunione tecnica preliminare.

E’ così difficile trovare il punto di equilibrio tra progresso e degrado? E’ mai possibile che le migliori menti di un’epoca (scienziati, politici, giornalisti) finiscano regolarmente per prestarsi a giochi di interesse e profitto che portano a dovere concludere che il progresso è alternativo al rispetto dell’ambiente, quando invece la scienza e la tecnologia forniscono tutti gli strumenti per operare in sicurezza anche nei contesti più arditi? Si guardi alla Basilicata, dove straordinari giacimenti di petrolio, vengono sfruttati poco e male, inquinano falde, non distribuiscono ricchezza alle popolazioni. E’ davvero inevitabile che vada così? Quanti danni causano questi comportamenti in termini di autorevolezza e serenità di giudizio anche rispetto a soggetti eticamente e deontologicamente più attrezzati? Tanti, troppi e che poi servono a spiegare scelte miopi su altre questioni fondamentali come il nucleare e gli OGM in Italia, dove forse il problema non è né il nucleare, né gli OGM ma appunto l’Italia.

Per avere un Presidente del Consiglio a ricordare i morti di Longarone ci vuole Enrico Letta, in occasione del cinquantesimo anniversario. Per la verità anche Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, ci andò nei giorni seguenti il disastro da Presidente del Consiglio, promettendo giustizia. Peccato che pochi anni dopo fosse in tribunale, come avvocato, a difendere la S.A.D.E. dalle richieste di risarcimento dei cittadini della povera Longarone.

Così vanno le cose in questa Italia che dimentica subito.

La RAI che pur possiede i diritti televisivi dello spettacolo di Marco Paolini, lo ha trasmesso la sera del 9 ottobre 2013 da mezzanotte alle tre di notte. Un vero servizio pubblico….per nottambuli.

Io, nel mio piccolissimo orticello, ogni 9 ottobre racconto questa storia ai miei alunni di scuola media delle classi più grandi.